Il nuovo e il più antico
L’opera di Adriano Avanzini ci ripropone la trama composita di un originale percorso teso tra
il nuovo e il più antico; a questi opposti flussi, confluenti l’uno nell’altro a comporre un’unica
corrente di stratificazioni simboliche e formali, corrispondono nel metodo due processi creativi
apparentemente polari.
L’opera nasce così come “doppio”: alla sua realizzazione digitale su computer, corrisponde
la sua realizzazione materica su intonaco, riflesso identico, non per riproduzione meccanica,
grande prodigio della modernità, ma per distinta e parallela genesi.
Se la grafica computeristica mette a disposizione dell’artista odierno forme e soluzioni primarie
ed essenziali quali quelle che la mente primitiva (mi si passi l’espressione) produceva con
immediatezza ed efficacia espressiva, forse alla base della grammatica dei pixel giacciono gli
stessi impulsi mentali, e infine gli stessi bisogni di vita, che animavano il pensiero selvaggio.
Allora la pratica dell’elaborazione computeristica echeggia della sua lontanissima prossimità
con il fare artistico più rudimentale che sceglie il gesto essenziale di una spatola e l’intonaco
asciutto come di muro.
E’ noto quanto la rivoluzione figurativa del Novecento, nel nucleo essenziale della sua ricerca,
abbia attinto dal gran pozzo di simboli e stilemi provenienti dai sostrati di mondi artistici
che oggi definiamo usualmente con i termini di “arcaico” e “primitivo”.
Le opere di Avanzini ci ripropongono le trame composite di questa ricerca, con l’originalità
propria di un percorso denso d’esperienze interiorizzate, nella quiete e a volte nella tempesta.
L’originalità più autentica, che non è mai affannosa ricerca del nuovo, ma a volte adesione
attiva e veritiera al comune destino di un discorso ancora echeggiante di senso.
Paolo Ferrari





