"Se qualcuno ha capito qualcosa, ciò significa che io ho sbagliato tutto." (Stanley Kubrick)
Ecco, fare quadri mi fa stare un po' meglio. Non è una motivazione da poco, direi che è sufficiente per continuare. Detto questo, ho deciso però che a qualcuno devo pur rompere le scatole con le mie storie. E si perché, va bene tutto, ma mica posso continuare a fare quadri che poi nessuno se li fila; va bene stare un po' meglio, ma se riesco a stare ancora meglio è tutto di guadagnato.
Bene. Numero uno: faccio quadri non figuratevi per scelta e non perché non so disegnare (è bene sgombrare il campo da equivoci!). So disegnare benissimo, porca miseria, sin da bambino. La prova provata?: in prima elementare la maestra, come premio per la mia bravura, nell’ora di disegno, mi mandò in classe con i bimbi di quinta!… Quando si dice talento innato…
Numero due: perché no al figurativo? Perché la mia idea è che, da quando certi signori artisti si sono messi a fare un tipo d’arte che non rappresentava più la realtà, mi sono convinto che questa fosse una gran bella rivoluzione. A quel punto l’arte diventava come la musica: libera.
Non doveva più ricorrere a cose riconoscibili per esprimersi. Gli elementi che componevano il linguaggio della pittura a quel punto acquistavano una enorme potenzialità espressiva, non più vincolati alla descrizione e liberi da significati precostituiti.
Il linguaggio umano è retto dal principio di non contraddizione, una cosa non può essere allo stesso tempo un’altra; grazie a questo ha il potere di distinguere e così facendo noi possiamo comunicare, anche se, per poterci capire senza equivoci, siamo costretti a restringere sempre più il significato di ogni parola. Tutto il procedimento razionale e logico del nostro linguaggio ha questa capacità e risponde a questa necessità.
Il linguaggio della musica però, ad esempio, non funziona così, e ora nemmeno quello della pittura e scultura. Al contrario del linguaggio parlato e scritto non devono rispondere al principio di contraddizione che ci costringe a restringere, fissare, separare nettamente tutti i segni per comunicare, ma ogni segno, simbolo, suono, mantiene un’ambivalenza di significato, così invece di restringersi i significati si amplificano.
Va beh, l’ho messa giù un po’ dura. Tutto questo per dire cosa? Solo per dire che io faccio i quadri perché non mi soddisfano le parole, i pensieri? Forse, fino ad ora non l’avevo mai vista così, però potrebbe starci. Io penso che il quadro non deve essere la trasposizione di pensieri o concetti che anziché essere stati scritti o detti sono stati dipinti.
Io continuo a pensare che l’arte sia un evento estetico in se finito, che parla un suo linguaggio che non necessita obbligatoriamente di essere tradotto in concetti per essere capito, anzi a mio avviso un quadro non va capito, va guardato. Si capiscono i libri, non i quadri.
Quando ascoltiamo un brano musicale cosa facciamo? Lo dobbiamo tradurre in concetti prima per goderne poi? Lo ascoltiamo e basta; il linguaggio della musica non necessita di traduzioni per essere goduto, la sua comprensione è immediata e del tutto interna a quello che sentiamo, al suo linguaggio.
I quadri sono come una composizione musicale: la musica si ascolta, il quadro si guarda. E quello che vediamo non sta al posto di un’altra cosa ma è esattamente l’evento a cui stiamo partecipando e di cui possiamo godere. Avviene come nella musica dove i suoni arrivano direttamente all’orecchio, e cominciano ad evocare atmosfere, sensazioni, emozioni. Non c’è bisogno che il cervello si chieda che cosa significa quello che stiamo ascoltando, per sentire il piacere di ciò che ascoltiamo.
Fare un quadro vuol dire mettere insieme forme, colori, materiali; accostarli tra loro ad “orecchio”, un orecchio allenato a sentire armonie, dissonanze, forze. Se si è operato bene ne risulta una composizione viva e di ampio respiro. E se c’è questo, c’è quello che serve per produrre in chi “ascolta” il quadro, il piacere della visione.
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"Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva,
che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio."
(Stanley Kubrick)





