La scena è cambiata, si, ma il copione che mi ritrovo in mano
ripropone la stessa parte già scritta da “certe verità storiche”.
Tutto il resto non è altro che il palcoscenico su cui ripeto
uguale me stesso e in cui, di volta in volta, trovo la conferma,
cercata, della verità incontrovertibile scritta in quel copione.
Sembra impossibile cambiarne il testo, troppe pagine
sono già state recitate, non si possono modificare
come se fossero scritte su carta anziché sulla propria pelle.
Poi mi accorgo che tutto questo fa parte di un racconto,
un racconto che funziona, con una sua mitologia interna,
con tanto di eroe tragico e tutti gli ingredienti classici che ci vanno dietro.
E allora la tragedia assume qualcosa di grottesco, di dolorosamente comico.
Sono i momenti in cui guardo l’eroe della tragedia con tutte le sue stramberie
e rido, come se non si trattasse di me ma di un altro.
Sono i momenti in cui mi ricordo Don Chisciotte
che si scaglia contro i mulini a vento di “certe verità storiche”.
Sono i momenti migliori.
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Don Chisciotte (2008)





